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5 Quaresima –A (Giovanni 11,1-45)

Evangelio del 02 / Abr / 2017
Publicado el 27/ Mar/ 2017
por Coordinador - Mario González Jurado

COSI VOGLIO MORIRE IO

Gesù non dimentica mai il suo affetto per i tre fratelli che vivono a Betania. Certamente sono loro che lo accolgono sempre nella loro casa quando sale a Gerusalemme. Un giorno, Gesù riceve un messaggio: «Nostro fratello Lazzaro, tuo amico, è malato». Poco tempo dopo Gesù s’incammina verso il piccolo villaggio.

Quando arriva, Lazzaro è già morto. Nel vederlo piangere, Maria, la sorella più giovane, scoppia in lacrime. Nessuno la può consolare. Vedendo piangere la sua amica e anche i giudei che l’accompagnano, Gesù non può trattenersi. Anche lui «scoppia in lacrime» insieme a loro. La gente commenta: «Come lo amava!».

Gesù non piange solo per la morte di un amico carissimo. Gli si spezza il cuore nel sentire l’impotenza di tutti di fronte alla morte. Tutti abbiamo nel più intimo del nostro essere un desiderio insaziabile di vivere. Perché dobbiamo morire? Perché la vita non è più felice, più lunga, più sicura, più vita?

L’uomo di oggi, come quello di tutti i tempi, porta incisa nel cuore la domanda più inquietante e più difficile a cui rispondere: che sarà di tutti e di ciascuno di noi? È inutile cercare d’ingannarci. Che possiamo fare di fronte alla morte? Ribellarci? Deprimerci?

Senza dubbio, la reazione più generale è dimenticarci e «tirare avanti». Ma l’essere umano non è chiamato a vivere la sua vita e a vivere se stesso con lucidità e responsabilità? Solo verso la fine della nostra vita dobbiamo avvicinarci a essa in forma inconsapevole e irresponsabile, senza prendere nessuna posizione?

Davanti al mistero ultimo della morte non è possibile appellarci a dogmi scientifici né religiosi. Non ci possono guidare al di là di questa vita. Più onesta sembra la posizione dello scultore Eduardo Chillida, che in una certa occasione ho sentito dire: «Della morte, la ragione mi dice che è definitiva. Della ragione, la ragione mi dice che è limitata».

Noi cristiani non sappiamo dell’altra vita più degli altri. Anche noi dobbiamo avvicinarci con umiltà al fatto oscuro della nostra morte. Ma lo facciamo con una fiducia radicale nella bontà del Mistero di Dio che intravediamo in Gesù. Questo Gesù che, senza averlo visto, amiamo e a cui, senza ancora vederlo, diamo la nostra fiducia.

Questa fiducia non può essere compresa dal di fuori. Può essere vissuta solo da chi ha risposto, con fede semplice, alle parole di Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita. Credi tu questo?». Recentemente, Hans Küng, il teologo cattolico più critico del secolo XX, ormai vicino alla sua fine, ha detto che per lui morire è «riposare nel mistero della misericordia di Dio». Così voglio morire io.

José Antonio Pagola
Traduzzione: Mercedes Cerezo

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